La sindrome di Manuel Agnelli

“Gli ubriachi e i bambini dicono sempre la verità” ma in realtà, spesso, i bambini dicono cose che sanno essere inopportune per generare attenzione. È una caratteristica che, finite le elementari, dovrebbe essere superata agevolmente, eppure alcuni restano impigliati in quella necessità di dire “cacca culo” scandalizzando bisnonne centenarie. La Montessori non sarà d’accordo ma alla fine una pizza in faccia potrebbe risolvere il problema alla radice, evitandoci di dover guardare con pietosa tenerezza ai tardo adolescenti over 45 che continuano a chiudersi in cameretta (qualunque essa sia) ascoltando “Ok Computer” e Lou Reed.

Manuel Agnelli è l’emblema di questi tardo adolescenti, ribelli senza causa cui tutto fa schifo, e però non s’è ancora capito cos’abbiano fatto di tangibile per fare in modo che il mondo facesse un po’ meno schifo. Gli Afterhours erano di nicchia, si pretende lo siano, e però io li trovavo su Cioè e Top Girl, su Tutto Musica e Tribe, forse piazzati là in un impeto di pietà redazionale che voleva sollevare le nostre giovani menti concentrate sul culo dei Take That.

Può darsi. Chiederemo a Caressa.

Però la sua opera artistica trentennale, a quanto sembra, non è bastata, se facciamo ancora schifo e non manca di sottolinearlo. Gli insulti da baudelairiano decadente preda dello spleen di Agnelli mi rincorrono dall’infanzia, perché gli Afterhours erano di nicchia, si pretende lo siano, e però li trovavo in radio, diverse radio. E d’altra parte Manuel Agnelli ha cominciato a scatarrarmi su già nel 1997, quando contavo appena 13 primavere e lui aveva da poco superato i 30.

Quella di Manuel Agnelli, classe ’66, è stata la prima vera generazione che ha avuto accesso a cose prima paritarie solo sulla carta, dai viaggi all’università. Di fatto, però, la generazione di Manuel Agnelli non esiste. È stata fagocitata dalle precedenti e sorpassata dalle successive, quel decennio di baby boom ci ha regalato cinquantenni che paiono solo astiosi, frustrati, in guerra perenne contro il nulla, troppo coccolati, con troppe certezze, col posto fisso, e lui, Manuel, su quello c’ha potuto pure scatarrare su.

Bontà sua.

Da più di vent’anni Manuel Agnelli inveisce contro i “giovani”, quelli che oggi hanno quaranta/trent’anni e quelli che ne hanno venti. Viene quasi il sospetto che il problema sia Manuel Agnelli, magari nel modo un po’ troppo snob e molto borghese di guardare con sufficienza chi ti sta intorno. Chissà. Laddove per esser snob e borghesi non occorre avere il papà notaio, basta una copia da mille lire de “I fiori del male” mentre gli altri cercano le sise sul postalmarket. E ti senti migliore.

Continuo a leggere ridendo le sue interviste “introspettive”, invase da quella tenera boria che gli fa dire con una serietà allarmante “disprezzo i Duran Duran” e “i Queen erano solo dei bravi musicisti”, come se stesse scardinando le basi stesse della società moderna, come se ci stesse fornendo gli strumenti per dimostrare senza dubbio che Dio esiste o non esiste. E ci troviamo in un’epoca talmente rarefatta che ora verrà fuori che Agnelli è un troll ante litteram, dice quello che dice con compassata serietà ma in realtà no, non lo pensa mica. Ci siamo cascati tutti. Da 25 anni.

Manuel Agnelli scatarra da 5 lustri su quello che gli dà da mangiare e la realtà oggettiva è che se noi fossimo migliori, lui sarebbe disoccupato. Non potrebbe sparare a zero sui talent e poi fare il giudice in uno di questi, non potrebbe cercare di vendere i suoi dischi ai “giovani” (tutti, quelli che insultava prima e quelli che insulta oggi), non potrebbe disprezzare internet che lo ha reso una specie di guru, felice di farsi fustigare da uno capace di mettere insieme 7 parole in fila.

A volte per sentirsi migliori basta effettivamente circondarsi di idioti.

Forse è per questo che la generazione di Manuel Agnelli s’è fatta fregare dai vecchi e dai giovani: ha guardato al peggio per sentirsi meglio e là s’è inchiodata. Manuel Agnelli è Nonno Simpson che inveisce contro una nuvola, è la personificazione delle colpe generazionali delegate. È una sindrome diffusa tra i nati negli anni ’60 che potrebbe tranquillamente portare il suo nome.

Ma come dice una mia amica (spoiler: sarcasmo): quando inizi a passarti la piastra ormai sei schiavo nel sistema. Anche se sei Manuel Agnelli e alla fine, che dire: va bene Manuel, sei mejo te.

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Non se ne sentiva la mancanza eppure era una necessità tutta mia e alla fine non costa nulla replicare. La considero una replica perché Federica Bianchi ha messo giù un pezzo talmente pieno di generalizzazioni che pure il mio cane, se ne avessi uno, avrebbe potuto sentirsi chiamato in causa.

Il fatto che ciclicamente mi trovi a rispondere a dei giornalisti ha del surreale, eppure inizio a pensare che ci sia una ragione. Prendo ad esempio Federica Bianchi, come Federica Bianchi ha preso ad esempio la nota di un suicida trentenne e c’ha costruito intorno le intenzioni delle migliaia di persone che hanno condiviso la lettera di Michele. Le poche battute scambiate con la giornalista su Twitter (che poi ha mollato la presa) non m’hanno fatto ben sperare, ci riprovo, argomentando oltre i 140 caratteri.

Partiamo dall’inizio.

Bianchi apre toccandola pianissimo, scrivendo:

[la lettera di Michele] ha colpito anche me. Ma lo ha fatto in senso opposto. Mi ha suscitato una grande rabbia non contro un’epoca che precarizza il lavoro, anzi, siamo franchi, tende ad ucciderlo, ma contro tutti quei ragazzi che hanno usato una lettera scritta da un ragazzo depresso e arrabbiato per giustificare le proprie debolezze e i propri fallimenti. Gettando sulle spalle degli “altri” – la globalizzazione, l’Unione europea, l’incapacità delle élite di governo, etc.. – la difficoltà di realizzare i propri sogni, la fatica di essere felici.

Incredibile come Bianchi riesca a conoscere le intime intenzioni di tutte le persone che hanno condiviso la lettera di Michele. Qui non siamo nel campo dell’osservazione e della deduzione, bagaglio del giornalista, qua siamo a un passo dalla medianicità, dal sognare i 6 numeri del Supernenalotto. E se parti da un’ipotesi, da una tua deduzione costruita sul niente, non ci si può aspettare un’analisi attinente.

E infatti.

Qualche riga dopo:

Perché credo che nella vita non esista un solo concetto di massimo e di minimo, di vittoria e di perdita, di vincente e di sfigato. I concetti sono molteplici e tutti validi.

Se non fossi certa che tre quarti dei giornalisti italiani non abbiano la più pallida idea di cosa voglia dire “trollare”, potrei pensare che Bianchi stia effettivamente prendendo per culo. Parte dal presupposto (inventato) che i giovani abbiano usato la lettera e la situazione di Michele per sbolognare i propri fallimenti, e poi nega che i fallimenti esistano; e allora, se i fallimenti non esistono perché tutto è opportunità di crescita, perché pensare che la spontanea condivisione della nota di un suicida abbia un secondo fine meschino?

Mistero.

Poco più giù troviamo qualcosa che, nuovamente, pare una trollata che manco Bello Figo davanti alla Mussolini, ma drammaticamente non lo è. Bianchi riesce a mescolare in un colpo solo Bebe Vio, i terremotati, il coraggio, la lezione di vita spiccia (“La vita è dura e ingiusta. Occorre farsene una ragione. E attrezzarsi”, m’ha svoltato l’esistenza n.d.A.) fino all’invito finale: emigrate.

Incredibile! Quanta innovazione! Si vede che lei è giornalista e noi no.

Continua:

E lo può fare non solo perché i confini sono per noi italiani (ancora) aperti ma perché i biglietti aerei non costano nulla. Perché oggi (e non ieri) si può surfare sul divano di un altro. Si può capire su Internet come funzionano le cose altrove prima ancora di andarci. Si può far rete su Facebook. Si può fare.

I biglietti aerei regalo, la surfata sul divano, cercare su Google “come vivere a Londra con un budget di partenza di 250 euro senza chiedere l’elemosina e rischiare le mazzate della polizia”, quanto sono pavida e pigra e poco propositiva. E pure voi. Già.

Ancora:

Alcuni lavori lo erano e non lo sono più (giornalismo in testa). Altri non esistevano e sono il futuro (hacker). Capire come cambia la vita intorno a noi e come ci dobbiamo muovere per coglierne le opportunità e schivarne le trappole non è mirare al massimo. Non è vincismo. È semplicemente imparare a vivere.

A parte che lunedì mi recherò presso tutte le agenzie interinali di zona chiedendo un posto da hacker, sperando di non finire bevuta dalla Digos, gliele spiego io un paio di cosette su come va in mondo. Da quasi trentatreenne ad una persona che mi pare avere qualche anno in più. Se m’è permesso, e se non m’è permesso è lo stesso perché mi sono, ci siamo, francamente rotti il cazzo di sentirci dire come campare e pure come morire.

Partiamo dal mestiere della Bianchi.

Ho avuto modo di conoscere molti, forse troppi, giornalisti. La stragrande maggioranza vive in un mondo parallelo, incapace di capire che l’Italia di 10, 15, 20 anni fa non esiste più. Non è possibile, in alcun modo, fare un confronto serio. L’agiatezza nominata dalla stessa Bianchi ha permesso alla generazione nata negli anni ’60 e ’70 di approcciarsi al mondo del lavoro in un modo completamente diverso, e nessuno negli anni ’90 si sarebbe azzardato a proporre un lavoro gratuito in cambio di esperienza da CV e “formazione”. Tutti, pure l’ultimo garzone dell’ultimo macellaio dell’ultimo borgo nel culo del Paese, aveva la sua sacrosanta paga.

Oggi no.

Bianchi e colleghi faticano a capire la società e le toppate clamorose che ci hanno riservato (elezioni comunali, referendum, Trump, per dirne tre davvero grosse) dimostra quello che dico. Sul mondo del lavoro, poi, sono completamente all’oscuro di ciò che capita allo stagista che hanno accanto, spesso più formato di loro, più titolato di loro, che spesso fa un lavoro che non gli spetta, se fortunato è malpagato, nella prassi non gli danno manco la chiavetta per il caffè. Lui sta lì, lo stagista, è contento, e può stare lì perché ha la fortuna di non dover pagare da sé affitto, bollette, spesa, trasporti. Non è una fortuna che capita a tutti. Muoversi, andarsene, presuppone avere almeno un minimo di margine, un mese di spese pagate con qualcosa che si ha da parte o offerto dai genitori.

Pure per prendere gli aerei gratis (?) e pure per surfare sui divani degli sconosciuti.

In che modo far capire a Bianchi e colleghi che non tutti hanno quel margine e, anzi, pochissimi oggi ce l’hanno? Come far capire che non puoi lasciare non solo il Paese, ma manco la tua città, con 200 euro in tasca? Come far capire che è un cane che si morde la coda perché guadagni poco, sempre meno, e sempre meno riesci a risparmiare per cambiare vita? Come fai capire a Bianchi che molti trentenni sono tornati a casa perché si sono ritrovati con i genitori licenziati e senza pensione, e ancora anni ci vorranno prima che la vedano? Come far capire a Bianchi che il coraggio, l’audacia, i sogni, sono tutte cose fighe ma di costruttivo non c’è nulla? Che anche io, con tutti i sogni, le aspirazioni, blablabla, se devo guadagnare dei soldi vado a pulire i cessi (cosa che ho fatto e rifarò) e ringrazio pure che esistano? Che c’è gente che non fa più esami medici perché non li può pagare? Si informi sui costi di un’impegnativa media nella regione Lazio, fa la giornalista.

Il padrone di casa vuole i soldi dell’affitto, con i miei sogni ci si pulisce il culo. E francamente, ormai, pure io ne faccio lo stesso uso.

Il mondo del giornalismo è diventato sempre più élitario e chiuso, me lo ha confermato un giovane giornalista venticinquenne. Mi diceva di voler mollare un famoso giornale per trasferirsi nella redazione di una nota emittente tv. Gli chiedo, come la cretina che sono: “ma come fai?” e lui, un po’ stupito “grazie al master”.

Il suo, 6000 euro; paghi, ti spetta uno stage obbligatorio, poi (sempre secondo le parole del tesserato all’ordine) entri in una redazione e se trovi le chiappe giuste da leccare sei a posto. Poi certo, puoi anche andare avanti miracolosamente perché sei bravo. Ma per dimostrare di essere bravo, devi prima tirare fuori 6000 euro. Non esattamente alla portata di tutti. La professione di Federica Bianchi finirà per essere in mano a chi può permettersela, non a chi è capace di svolgerla. (Questa è una generalizzazione, come quella della Bianchi. Non se ne avrà a male, no? No, via. n.d.A)

Non so cosa ne pensi Federica Bianchi, a me un po’ la cosa fa schifo. Un po’.

E qui, anche a me, m’è venuta una riflessione cattiva, perché cattivo è  il pezzo di Bianchi, colmo di snobismo, arroganza, di “se non hanno pane che mangino brioches”, di utopismo da cartone animato edificante. A me, da dove viene e che opportunità ha avuto Bianchi Federica poco me ne cale, comprese le varie rivendicazioni su Facebook che ho avuto la sfortuna di leggere e che mi stavano spingendo all’asportazione del bulbo oculare attraverso il cesellato uso d’una limetta per unghie. Il profilo Linkedin era e credo sia ancora pubblico, ma non mi concentro su quello, io non rosico se qualcuno ha o ha avuto occasioni che io non ho potuto neanche sognare.

A me fa rodere il culo che il privilegiato non riconosca di esserlo.

La mia riflessione cattiva m’ha spinta a pensare che questo costante invito a recarci tutti all’estero serva a lasciare campo libero ai figli di/nipoti di. Tanto per cominciare, noi poracci smetteremmo di tediare e rovinare il paesaggio col nostro aspetto cencioso (sarcasmo n.d.A.) ma soprattutto potendo loro permettersi di pagare tutto quello che serve per aprire porte chiuse, da master a scuole ridicole, s’annienta del tutto la competizione.

Fuori tutti i poracci, quelli bravi e quelli scarsi. Dentro solo chi se lo può permettere, quelli bravi e quelli scarsi.

Chissà se mentre scriveva quel pezzo pieno di veleno classista, la Bianchi si sia mai fermata a riflettere che mondo sta lasciando ai Michele che non s’ammazzano e che non hanno una certa disponibilità economica. Chissà.

Io so solo che dopo 6 anni con la stessa azienda, a 10 giorni da Natale, mi hanno diminuito la paga. Però, m’hanno ringraziata tanto per il lavoro svolto finora, sono molto soddisfatti. Con la loro soddisfazione ci pago la bolletta Enel di marzo.

E che culo, signora mia, sentir dire che Michele era malato, che non è colpa di nessuno, non è colpa del precariato, è un fatto privato, non c’è nulla di utile per il collettivo eppure nessuno vuol ricordare che quando il collettivo dimentica la dignità dell’individuo, quel collettivo diventa massa, che la vita è dura per tutti, ora non ne fate un simbolo eh, c’è chi sta peggio, Bebe Vio e i terremotati e i bambini di Aleppo.

Che culo leggere certe sentenze.

Che culo non avere il coraggio d’appendersi a una trave come ha fatto Michele. E vengono pure a dirti che se ti riconosci in quella disperazione è perché scarichi la responsabilità dei tuoi fallimenti sugli “altri”, tra virgolette. Capito come.

Che culo, signora mia.

Voglio bene a mammà ma vorrei andare via: i saputi che leggono i dati

Bazzicando da anni i social, mi sono ripromessa più volte di lasciar correre le immani puttanate che leggo e che nessuno (me compresa) si risparmia quotidianamente di condividere. Ci sono però delle stronzate un po’ più stronzate delle altre e vengono direttamente da una cultura di semplificazione della realtà adatta ai deficienti che stiamo diventando, ma ogni tanto si muove una particella di consapevolezza, s’alza lo spirito critico, s’incazzano le sinapsi e rispondo.

È capitato dunque che Jacopo Iacoboni, giornalista a La Stampa, persona che mi è sempre stata simpatica e che ho apprezzato spesso, se ne sia uscito con una di quelle semplificazioni che portano a dire che se voti No al referendum sei come Casa Pound, annullando di fatto tutta quella parte di analisi critica e personale doverosa, quando non necessaria. In un tweet, dice:

ja

Questa analisi sopraffina mi è apparsa in TL per via di un RT ma, non volendo mettermi a discutere, mi sono limitata all’inizio ad una catena di tweet scazzati, non destinati a Iacoboni in quanto Iacoboni, ma a tutti gli Iacoboni che della vita odierna non sanno una plissettata fava. Allego, per chiarezza e per autocompiacimento, perché quando mi incazzo mi sto simpaticissima.

SPOILER: contiene due o tre parolacce ben assestate

io

E però questa invettiva solitaria, seppur appoggiata da chi, come me, sta con una scarpa e una ciavatta (ma anche da chi sa di essere, oggi, “privilegiato” e capisce cosa sia la vita là fuori) non mi bastava. Riportare il dato va bene, sono numeri. Non ci prendiamo in giro però con l’uso del termine “mammà” da parte di Iacoboni, sicché faccio presente al diretto interessato il leggero fastidio che m’aveva pervasa e che attualmente permane in me (allego anche le risposte di Iacoboni)

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In altri tweet Iacoboni spiega che la sua non era un’accusa ai 18-trentacinquenni che vivono in casa coi genitori, no no, ma ti pare, era una constatazione del tragico stato in cui versa questa disgraziata nazione, eh già, e però “mammà” suona da presa in giro, gliel’hanno fatto notare in molti, come se la tragicità della disgraziata nazione, alla fine, stai a vedere, ma fosse un pochetto colpa mia, stronza che sono.

Ça va sans dire, cazzima started.

Quando faccio notare a Jacopo che il 1997 non ha nulla da spartire con il 2016 (e neanche con gli anni che partono dal 2009 almeno), non è perché sono scema. Come hanno avuto modo di spiegare coetanei di Iacoboni, in quegli anni era facile trovare dei lavoretti decenti, che ti permettevano di andare avanti. Erano un punto di partenza: potevi pagarti la vacanza, l’affitto di una stanza, iniziare ad essere indipendente, sapendo che non avresti fatto quel lavoretto per sempre o che comunque avresti avuto modo di crescere in quella stessa azienda/negozio/ufficio che ti offriva quella mansione bassa.

Oggi la mansione bassa è il punto d’arrivo, e non è neanche la mansione bassa o alta il punto: il punto è che ti fanno l’elemosina, non ti pagano.

Ho invitato Iacoboni a vivere con quello che ho guadagnato io tra luglio e settembre. Il trimestre non è citato a caso: mi pagano a 90 giorni. Io non costo nulla all’azienda per la quale lavoro, mi pagano con ritenuta d’acconto, lavoro in remoto, pago io le mie spese internet e l’elettricità, uso i miei device, ma comunque anche questo pseudo terziario viene liquidato a 3 mesi dalla prestazione. Non cerco, poi, solo questa tipologia di lavoro, mi pare ovvio, ma il “lavoretto” come cameriera, barista, baby sitter, tutto quello che si può fare per arrotondare, oggi è diventato impossibile. Perché i bar chiudono, i locali chiudono, i genitori vogliono referenze manco avessero tutti messo al mondo dei Baby George, e tutti quelli che gestiscono le varie attività ancora aperte hanno un parente, un amico, un cugino, un vicino di casa, che può dare una mano. E, pensa un po’, serve una raccomandazione pure per quei lavori lì.

Per uno stage gratuito (in cui ho almeno arraffato 6 cfu universitari) c’è chi ha dovuto pagarsi l’assicurazione e le analisi del sangue con annesso certificato di sana e robusta costituzione (era un ente pubblico e nessuno di noi era in diretto contatto con qualcuno se non con la nostra frustrazione). Quando dico gratis, intendo gratis, niente, zero, il caffè offerto dal capo con la chiavetta al distributore, le pizzette se qualcuno festeggiava il compleanno, questo era il massimo che potevi tirare fuori da là. Orario: 7:30-18.

Perché lo stage, questo animale mitologico metà sfruttamento e metà anal senza vasella è quello che ha portato Iacoboni fuori di casa a 25 anni. E ce lo spiega così, ingenuamente spero:

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“Andando a stare da amici”.

Se a Iacoboni interessa, sono di nuovo alla ricerca di stagisti nell’ufficio in cui l’ho svolto io 2 anni fa, magari lo prendono. Il posto letto lo offro io.

Devo mettere una telecamera in streaming h24 perché quando ho letto “andando a stare da amici” mi sono ribaltata e magari potevo vincere i gettoni d’oro di Paperissima, vedi te la sfiga. A Roma hanno chiesto 500 euro per un box auto senza finestre non abitabile. E lo hanno pure affittato, poi. Ora: se gli amici di Iacoboni mi ospitano a Roma, io parto domani. No anzi: parto ora, butto due stracci in valigia e arrivo. No anzi: me li faccio spedire col corriere, parto in tuta e pantofole. Chiunque viva da solo sa benissimo che l’affitto + le spese di condominio (riscaldamento centralizzato in primis) sono le spese che più pesano e divorano la paga. Ma torniamo ai tweet:

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Uno scambio surreale.

Prima era riportare un dato numerico eppure aggiungere un termine dispregiativo come “mammà”, poi specificare che non prendeva un vitalizio e quindi lui ha rischiato come tutti (e forse siamo noi a volere tutto pronto? Ma certo), poi dire che lo ha ospitato un amico (eliminando quindi di fatto la voce più dispendiosa del mantenersi da soli), poi specifica ancora che è stato fortunato, poi però alla fortuna lui non crede, gli fanno notare l’incoerenza e non replica. Io invece sì, rispondo al suo tweet poetico-filosofico:

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Sono una che si salva grazie al sarcasmo, ma la situazione è disperata e le palle rotte. Questa continua sufficienza di chi ha il culo coperto, di chi ha vissuto epoche completamente diverse anche se recenti, quella superiorità come nonno che zompava il fosso per lungo all’età nostra, ha francamente e pericolosamente rotto i coglioni. Bollare come “choosy” e “bamboccioni” e incollati alle gonne di mammà è un modo per non affrontare un problema. Se proprio volete scomodarvi ad analizzare i dati, provate a smembrare i numeri: 67,3% è un dato che evidenzia un sistema, non una scelta. La scelta, a star larghi, è 15, toh 20%. In tanti poi mi hanno risposto di essere tornati a casa perché quelli col lavoro erano loro e i genitori erano in difficoltà.

Non ce l’ho con Jacopo in quanto Jacopo, ma con Jacopo in quanto parte di un sistema che mi sta letteralmente levando la pelle di dosso, solo che Jacopo non lo vede e non lo sa e non se lo domanda. A me e ad altri 7 milioni di italiani stanno togliendo tutto, e molti credo passeranno a turno anche a La Stampa. E non contenti ci prendono pure per culo.

Iacoboni e molti suoi colleghi, avendone la piena possibilità e presumo capacità, dovrebbero mettere in evidenza il sistema malato, non l’eccezione di chi a 40 anni è felice di farsi portare il caffè a letto dalla mamma. Dovrebbero farsi un giro sui siti di ricerca personale, nei centri per l’impiego, in un’agenzia interinale, informarsi su quanto costino i master, i corsi professionali, provare a parlare con chi ha un padre disoccupato ma ancora troppo giovane per la pensione, con chi si paga l’università, con chi deve rinunciare alle cure mediche perché 50 euro per un’ecografia non li ha ma neanche è esente, con chi non ha amici con un bel posto letto pronto. Perché nel tempo pure i milionari son venuti a dirti che devi lavorare gratis, che devi “fare esperienza” come dice Jovanotti, e per fortuna un altro giornalista, Roberto Ciccarelli, ha elogiato questa intelligentissima sparata definendola “La Filosofia del Bimbominkia“.

Perché questi over 40 non hanno capito un cazzo di quello che hanno intorno. Ci sono due mondi paralleli: in uno ci siamo noi, nell’altro loro, ostinati nel non capire (per limite o scelta) che il 1997 non è il 2016, che lo stage oggi non te lo pagano e ci rimetti, che ho scritto il dizionario dello sfruttamento lavorativo 2.0 e secondo me dovrebbero leggerlo, quel post. E a me nel frattempo mi si seccano le ovaie e la Lorenzin piange.

Provassero, tutti questi signori tanto sottili nelle loro analisi, a mandare il loro cv di quando avevano 25 anni, aggiornati con date recenti. Io scommetto una pizza (piccola, per sicurezza) che nessuno di loro verrebbe richiamato. Perché ho amici preparati, titolati, con master specifici che non vengono cagati se non con rimborso spese da 300 euro al mese.

Non si tratta più neanche di inseguire un sogno, ragazzi partiti con studi artistici oggi lavorano come OSS, si sentono fortunati e sono fortunati, perché pure quello oggi è un campo chiuso. Stiamo inventando professioni, non sappiamo più come cazzo fare, l’ironia bonaria del privilegiato potreste anche e con estrema cortesia ficcarvela in culo, no? Sì.

Tutto questo post potevo evitarvelo, lasciando solo il commento di Marco Cattaneo, persona di grande sensibilità e intelligenza, e lo aggiungo qui:

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Sarebbe bello se tutti i non pagati e sfruttati che prestano le loro capacità ai media (giornali, siti, radio, emittenti tv), ma anche chi nei negozi ha un contratto part time e fa 12 ore di turno,  ma anche chi viene spolpato in ogni ambito lavorativo, qualunque esso sia, non si presentassero al lavoro per una settimana. Non ho diritti, perché dovrei avere dei doveri?

Sai le grasse risate. Se acchittiamo la questione io ci sto.

In chiusura, rendo noto quanto ho guadagnato per 90 giorni di lavoro, collaborazione a distanza, che teoricamente dovrei gestire come voglio e nei fatti no, non capita mai, e mi occupa più della metà della giornata: 473 euroQuattrocentosettantatrè euro.

Mammà un par di coglioni. Se mi permettete.

“Ieri mi hanno ammazzata”, Guadalupe Acosta è la voce di Maria e Marina

Il profilo Facebook di Guadalupe Acosta è simile a milioni di altri account. Ha alcune foto profilo pubbliche, ha un bel viso regolare, capelli corti e neri, occhi scuri. Si dichiara “paraguaiana, ma soprattutto essere umano”. Parlo di Guadalupe perché il 1° marzo ha scritto un post, a pochi giorni dalla Festa delle Donne. Io l’ho letto oggi, pochi giorni dopo l’8 marzo. Il post di Guadalupe è questo:

Ieri mi hanno ammazzata.
Mi sono rifiutata di farmi toccare  e con un bastone mi hanno aperto la testa. Mi hanno accoltellata e mi hanno lasciata morire dissanguata.
Ad ulteriore spregio, mi hanno messa in un sacco di polietilene nero, chiuso con il nastro adesivo, e mi hanno buttata su una spiaggia, dove ore più tardi mi hanno trovata.
Ma peggio della morte, è stata l’umiliazione che è venuta dopo.
Dal momento che hanno ritrovato il mio corpo inerte, nessuno si è chiesto dov’era il figlio di puttana che ha messo fine ai miei sogni, alle mie speranze, alla mia vita.
No, anzi, hanno iniziato a farmi domande inutili. A me, ve lo immaginate? Una morta, che non può parlare, che non può difendersi.
Che vestiti indossavi?
Perché eri sola?
Come può una donna viaggiare non accompagnata?
Sei andata in una zona pericolosa, cosa ti aspettavi?
Hanno biasimato i miei genitori, per avermi dato le ali, per aver lasciato che fossi indipendente, come qualsiasi altro essere umano. Hanno detto che eravamo certamente drogate e siamo andate a cercarcela, che abbiamo fatto qualcosa di sbagliato, che loro avrebbero dovuto sorvegliarci
E solo da morta ho capito che no, per il mondo io non sono uguale a un uomo. Che morire è stata colpa mia, che così sarà sempre. Se il titolo di giornale avesse riportato l’assassinio di due giovani viaggiatori, la gente ora starebbe commentando con parole di cordoglio e, con il suo falso e ipocrita discorso di doppia morale, chiederebbero una pena massima per gli assassini.
Ma essendo donna, si minimizza. Diventa meno grave perché, certo, me la sono cercata. Facendo quello che volevo io ho avuto quello che meritavo per non essere sottomessa, per non voler restare chiusa in casa, per investire i miei soldi nei miei sogni. Per questo e molto di più, mi hanno condannata.
Sono addolorata, perché non sono più  qui. Ma tu sì. E sei donna. E devi tollerare che continuino a sbatterti in faccia il solito discorso sul “farsi rispettare”, che è colpa tua se ti urlano dietro in strada che vogliono toccarti / leccarti / succhiare una delle tue zone intime perché indossi gli shorts con 40 gradi, che se viaggi da sola sei una “pazza” e molto probabilmente se ti capita qualcosa, se calpestano i tuoi diritti, te la sei cercata.
Ti chiedo, per me e per tutte le donne che sono state messe a tacere, zittite , cui hanno fottuto la vita e i sogni, di alzare la voce. Andiamo a combattere, io al tuo fianco, con lo spirito, e ti prometto che un giorno diventeremo così tante, che non esisteranno sacchi sufficienti per zittirci tutte.

(Fonte originale dal profilo Facebook da Guadalupe Acosta, traduzione zoppicante mia)

Guadalupe Acosta ha dato voce a due giovani argentine, ammazzate in Ecuador a fine febbraio. Le due ragazze, Maria Coni e Marina Menegazzo avevano poco più di vent’anni. Non viaggiavano da sole: Maria viaggiava con Marina, Marina viaggiava con Maria. Stavano finendo i soldi, in una città ecuadoriana non molto grande. Chi vive lì, pensa che le due ragazze siano state notate, puntate. Due ragazzi, infatti, le hanno notate, le hanno avvicinate, hanno offerto ospitalità gratuita in casa loro. Maria e Marina hanno accettato. Dopo aver rifiutato di fare sesso con i due, sono state semplicemente ammazzate, messe in un sacco e buttate su una spiaggia. Come fossero spazzatura.

Da qui, nasce la solita paternale sessista: ma non lo sapete che non si accetta ospitalità dal primo che passa? Ma non lo sapete che siete troppo giovani? Ma non lo sapete che il mondo è pericoloso? Sì, certo che lo sappiamo. Con una precisazione: non è pericoloso il mondo, sono pericolosi (molti) uomini che lo popolano. Quelli che non accettano un rifiuto e ti infilano in un sacco della spazzatura, quelli che puntano due ragazze con dolo e ne sfruttano la necessità, seppur momentanea. Certo, lo sappiamo che esistono uomini di questa risma. Quello che Guadalupe Acosta ha voluto dire è: perché la vittima deve essere ammazzata milioni di volte? Perché non una voce contro gli assassini? Perché dovrebbe essere logico e normale finire ammazzate per un “no”? Perché dovrebbe essere prevedibile finire in un sacco se qualcuno ti offre un letto per una notte? Perché si continua a giustificare la barbarie col pretesto del “così va il mondo”? Donne che devono spiegare con un hashtag, #ViajoSola, perché devono e vogliono muoversi con la libertà riservata agli uomini.

Il mondo va così perché noi lo lasciamo andare così. Perché non dovrebbero interessarvi le azioni, i vestiti, l’età della vittima, dovreste solo dire: questi due animali hanno ammazzato due ragazze. Ma non vi viene semplice, non vi viene facile, continuate con la solfa del “farsi rispettare”, come dice Acosta, ma se sull’autobus una donna reagisce a una toccata di culo la chiamate esagerata, se sta zitta allora ci sta.

In ogni caso, per voi se la cerca. E finché penserete che le donne debbano viaggiare in gruppi da 8 per essere al sicuro, possibilmente con un padre/fratello cavalier servente, continuerete ad ammazzare milioni di donne. Lo dice una donna che viaggia sola, a volte per piacere, quasi sempre per necessità, avendo paura, spesso, anche di giorno.

Questo è il mondo che avete creato, in cui la vittima va infamata perché non volete guardarvi in faccia, per non dover fare i conti con gli istinti da bestia, l’educazione maschilista da rivedere. Preferite il vilipendio di cadavere.

Sono d’accordo con Guadalupe: alziamo la voce. Non ci sono abbastanza sacchi per ammazzarci tutte.

EDIT: il 18 agosto 2016, in Ecuador, due uomini sono stati condannati a 40 anni di prigione per l’omicidio di Maria Coni e Marina Menegazzo. Gli inquirenti, però, sono certi che quei due non siano i soli coinvolti, per via delle molte tracce ritrovate sui resti e sui vestiti delle ragazze.

Dizionario Ufficiale dello Sfruttamento Lavorativo 2.0

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Internet ha sostituito i vecchi annunci di ricerca personale sui giornali, i centri per l’impiego sono deserti e il passaparola è morto, se non altro perché “meglio poco di niente”, secondo molti, e su quel poco ci avventiamo come bestie affamate e feroci.

Ho iniziato a lavorare a 18 anni, l’ultima estate da studentessa “obbligata”, e poi a tempo (quasi) pieno una volta diplomata, nonostante la Sapienza di mezzo. Una scelta, a tratti necessaria, che però non rinnego: a 31 anni ho una discreta esperienza lavorativa e il più delle volte devo omettere, non inventare, quando compilo il CV. Cercare lavoro da 13 anni mi ha permesso di creare una sorta di dizionario dello sfruttamento. Ho imparato a decodificare gli annunci di lavoro che puntano solo a spolparti, a sfruttare le tua capacità, i tuoi studi, le tue competenze, le tue passioni. È stato un cammino periglioso e accidentato, ho pestato svariati e nauseanti prodotti organici di varia natura, ma alla fine, a forza di capocciate, ho capito, imparato e condivido con voi il mio sapere.

Ecco, quindi, il Dizionario Ufficiale dello Sfruttamento Lavorativo 2.0 (in perenne evoluzione)

Cerchiamo un giovane che abbia passione per il settore: certo, la passione è come il sale, se non ce la metti non si può mangiare. Ora, se stai cercando un imbianchino, cosa stai chiedendo a questo povero figlio? Che si improvvisi Michelangelo e ti schiaffi un Giudizio Universale sul soffitto del bagno della signora Antonietta?

Cerchiamo max 25 anni con laurea magistrale 110 e lode, esperienze pregresse, ottimo inglese, gradita seconda lingua: ne troverete a iosa, perché essere stupidi e non saper contare è evidentemente contagioso. Comunque, candidatevi all’offerta aggiungendo anche una mountain bike con cambio shimano, una batteria di pentole in acciaio inox, un televisore 19 pollici led e una fettina di gluteo destro, solitamente più grosso del sinistro.

Offriamo un ambiente dinamico e giovane: decodificate con molta, molta attenzione. Voi siete giovani e dinamici, quindi penserete “va là che ficata, sono proprio come me, è l’ambiente perfetto” FUGGITE, STOLTI. Significa che troverete gente intenta a non fare niente, dinamici solo nel perdere tempo. Quelli che dovranno lavorare sarete voi, ultimi arrivati. Ambiente giovane significa anche “ti paghiamo, se ti paghiamo, quando capita”. D’altra parte i giovani sono poveri, mi pare ovvio non guadagnare.

Cerchiamo flessibilità e spirito di adattamento: non sanno neanche loro cosa stanno facendo e probabilmente vi chiameranno il 24 dicembre alle 19 per chiedervi cose assurde che ignorate, casini fatti da altri quando voi eravate alle elementari. Dite “sì sì certo certo ciao ciao” e sparite come un respiro nel vento, come una lacrima nella pioggia, come un maritozzo con la panna alle 10 di domenica mattina.

Offriamo ampia visibilità: a parte il fatto che avete voluto la società capitalista e ora mi fai la cortesia di pisciare moneta, se tu stai cercando gente e non hai migliaia di candidature spontanee, che vuoi visibilizzare? A chi? Sono donna, caruccetta, ho le tette, in 20 minuti di selfie un po’ maiali con didascalia colta su Twitter raddoppio visite, followers e tutte cose. Tu pagami, poi mi faccio vedere dove mi pare quando voglio. Anche perché l’Enel continua a volere gli euro, ‘sta valuta chiamata “visibilità virtuale” non l’accetta. Neanche La Repubblica può permettersi annunci del genere, come diavolo può venire in mente ad un sito sconosciuto e perso tra le pieghe dell’internet più oscuro?

Annunci con errori ortografici in cui si cercano persone con 87 lauree: ricordo un “secretaria” che ancora mi fa sanguinare gli organi interni. Se neanche nei 3 minuti che servono a stilare un annuncio di 5 righe hanno saputo prestare attenzione, figuratevi quanto gliene potrà mai calare di voi, delle vostre necessità lavorative. Passate oltre, oppure fate come me: scrivete in mail l’annuncio corretto e consigliate un ripasso di grammatica di terza elementare.

“Tu per noi sei importante!” No, non è vero. Non credete a queste cose, siete importanti solo per mamma e papà, è ora per voi di scoprire che Babbo Natale non esiste. Il mondo del lavoro è fatto di gente che vi venderebbe per un caffè annacquato prodotto da una macchinetta ammuffita, con i sorci che corrono avanti e indietro. Fatevene una ragione.

Non siamo un semplice ambiente di lavoro, siamo una famiglia”: la mia famiglia consta di 75 parenti stretti. Settantacinque. Stretti. Non conto i fratellastri e prole di parte paterna sennò facciamo notte. C’è più gente nella mia cerchia familiare che alle feste dell’Unità. Quando qualcuno si sposa e ci siamo tutti, pare ‘na carovana nel deserto, l’esodo. Non ti azzardare neanche a definirti mio parente, ci manchi solo tu.

“Cercasi stagista”: questo è insidioso; alcune attività cercano davvero dei laureandi o neo laureati da formare, altri (la maggioranza) vogliono solo una risorsa a tutti gli effetti da sfruttare, senza paga né diritti di alcun tipo. Come capirlo? In base a cosa richiedono. Se cercano persone con competenze minime, allora ci sono buone probabilità che vogliano davvero un giovane da avviare. Se, al contrario, chiedono specializzazioni particolari, sarai solo spolpato vivo per un tempo indefinito. È necessario reperire informazioni in rete e, soprattutto, fuggire già dal secondo giorno se si capisce il fine ultimo. Non permettete mai a nessuno di mangiare sui vostri sacrifici, è ora di cominciare a distinguere tra “esperienza e formazione” e sfruttamento continuo di competenze e aspirazioni. Non lasciatevi affascinare dalla possibilità di un contratto a tempo indeterminato al termine dello stage, 9 su 10 vi rinnoveranno quel tipo di contratto miseria o inizieranno a sfruttare un altro. Non vuol dire essere “choosy”, come disse amabilmente la Fornero, significa mantenere la propria dignità. State correndo a perdifiato mirando al pezzo di carne, che però è attaccato ad un bastone, e si allontana ogni volta che voi fate un passo in avanti. State leggendo “perdifiato” e siamo in due, ad oggi, ad averlo usato: Baglioni in “E tu” e la sottoscritta. Record.

“Inviare CV con foto”: perché? E cosa te ne fai? Dove finisce la mia faccia?

Chiudo con la migliore, la più struggente, dorata, cosmica e perfetta stronzata, alla quale non dovete mai cedere pensando di fare esperienza:

La collaborazione è da intendersi a titolo gratuito

ma certo, ti pare? Ci mancherebbe altro.

Questo dizionario è in continua evoluzione, lo renderò sicuramente più ricco. Nel frattempo, state attenti e decodificate il linguaggio schiavista del nuovo millennio: “tutto sommato meglio di niente” è la trappola mortale che dovrete evitare. È meglio niente quando, implicitamente, state svendendo la vostra dignità di lavoratori, di persone. Chi vi offre 200 euro per 10 ore di lavoro va messo in galera, non ringraziato e di certo non dovete aiutarlo a crescere e espandersi attraverso i vostri studi, i viaggi da pendolari o fuori sede alle 5 del mattino, le competenze, le notti insonni, le passioni, il talento personale. Se non è pronto ad investire, che fallisca. Come essere umano ha fallito da parecchio, d’altra parte. Prima regola dell’imprenditore è farsi carico del rischio, l’imprenditore non siete voi. Ricordatevelo.

È semplice, eppure.

[…] Esto pues que está pasando en Palestina, de lo que nadie habla, de esa paciencia mortal de la niñez palestina, y nosotros decimos que es responsabilidad del gobierno de Israel. Nosotros siempre diferenciamos los gobiernos de los pueblos, sabemos que está la tendencia natural, aunque en otra ocasión habíamos dicho que el problema no es sionismo o antisemitismo, como quiera siguen los grandes cabezas diciendo tonterías por el estilo.

Nosotros no podemos decir que porque el gobierno de Israel es asesino, el pueblo de Israel es asesino, porque entonces van a decir que el pueblo mexicano es idiota porque el gobierno mexicano es idiota, y nosotros, cuando menos, no somos idiotas. Hay gente en Israel, no sabemos cuántos, noble, consiente, honesta, no necesita ser de izquierda, porque la condena a lo que está pasando en Palestina no tiene que ver con la posición política, es una cuestión de decencia humana, nadie puede ver esa masacre y decir que no está pasando nada o que es culpa de otro. […]

[…] Tutto ciò che sta succedendo in Palestina, di cui nessuno parla, di questa pazienza mortale dell’infanzia palestinese, noi diciamo che è responsabilità del governo di Israele. Noi differenziamo sempre i governi dai popoli, sappiamo che c’è una tendenza naturale, anche se in altre occasioni abbiamo detto che il problema non è sionismo o antisemitismo, come continuano a dire le grandi teste pronunciando stupidaggini in grande stile.

Noi non possiamo dire che, poiché il governo di Israele è assassino, che il popolo di Israele sia assassino, perché allora direbbero che il popolo messicano è idiota perché il governo messicano è idiota, e noi, quanto meno, non siamo idioti. C’è gente in Israele, non sappiamo quanta, nobile, cosciente, onesta, e non ha bisogno di essere di sinistra, perché la condanna per ciò che sta accadendo in Palestina non ha a che vedere con la posizione politica, ha a che vedere con la decenza umana: nessuno può vedere quel massacro e dire che non sta accadendo nulla o che è colpa di un altro. […]

Subcomandante Insurgente Galeano, Agosto 2014

Fonte testo originale: Enlace Zapatista
Fonte in italiano: Enlace Zapatista traduzione italiana dell’Associazione Ya Basta! Milano

“Es tan hermosa una mujer de pie, que da escalofríos el sólo mirarla”. Donne senza paura, non solo l’8 marzo

Oggi è l’8 marzo e inizia la corsa alla sviolinata più melliflua verso il genere al quale appartengo. Mi regaleranno un cespuglietto di  mimosa che mi farà venire gli occhi rossi e mi farà chiudere la gola, e dovrò anche ringraziare. Continuerò, però, a subire la violenza di sentirmi chiedere durante un colloquio di lavoro “lei vuole avere figli? E’ sposata? Indosserà la gonna, spero, noi qui ci teniamo all’abbigliamento”. Per non parlare di cose più ordinarie, come “ma tu cosa ne sai di calcio?/ Voi donne non sapete guidare/ Una donna senza figli è inutile/Dovete allattare altrimenti il bambino cresce male”. Tutto questo me lo rifila, a me e ad altre donne, quell’esercito di uomini che oggi ci concederà il permesso di uscire a mangiare una pizza e di fare le pazzerelle in giro (yuppi, i Centocelle nudi!). Quei prostata-muniti parleranno in pubblico, patrocineranno convegni, mi diranno cosa posso e cosa non posso fare, cosa posso e cosa non posso essere, mi indicheranno la strada per essere una “vera donna”. Perché non si discute mai la modalità dell’essere uomo, ma su come essere donna ci sono quintali di trattati. Mia colpa non aver letto nulla al riguardo.

Non si parlerà, però, degli asili pubblici per le mamme che lavorano, delle disuguaglianze nel mondo del lavoro, della 194 messa in discussione ogni 20 minuti, della discriminazione radicata che però fa un sacco ridere, è satira, suvvia. Come ogni anno, insomma, celebreranno il mio essere femmina, non il mio essere donna. Come ogni anno, non parteciperò a questo collettivo pisciare sul mio genere se non con questo solo post.

E visto che non è semplice far capire di cosa parlo, oggi prendo in prestito le parole del Subcomandante Marcos, come spesso mi capita di fare. Un prostata-munito, sì. Il Sup parte da un fatto preciso (le violenze della polizia messicana sulle manifestanti ad Atenco, nel maggio 2006) e arriva a fare un discorso molto più ampio, che non tocca solo il Messico. Ho aggiunto solo quelle parti; per il testo completo con tanto di file audio (ascoltatelo, merita) potete consultare il sito Enlace Zapatista, mentre la traduzione è qui

Buon 8 marzo alle “mujeres sin miedo”, alle donne senza paura, perché “è tanto bella una donna in piedi che dà i brividi solo guardarla”. Ancora più stretto è l’abbraccio alle donne che di paura ne hanno tanta, ogni giorno, e sono trasparenti agli occhi di chi oggi pretende di celebrarle.

Mi chiamo Marcos e tra i molteplici difetti individuali che ho, a volte con cinismo e disinvoltura, c’è quello di essere uomo, maschio. Come tale, mi porto addosso, e non poche volte mi fa inalberare, una serie di stereotipi, di luoghi comuni, di evidenze. Non solo per quello che si riferisce al mio sesso o genere, ma anche e soprattutto per quanto si riferisce alla donna, al genere femminile. Ai difetti che mi caratterizzano individualmente, qualcuno aggiungerebbe quelli che abbiamo come zapatisti, ad esempio quello di non aver ancora perso la capacità di stupirci, di meravigliarci. Come zapatisti ci affacciamo a volte ad altre voci che sappiamo altrui, estranee e tuttavia, simili e nostre lo stesso. Voci che stupiscono e meravigliano il nostro ascolto con la loro luce… e con la loro ombra.

Voci, per esempio, di donne.

Dal collettivo che ci dà viso e nome, passo e cammino, ci sforziamo di scegliere dove dirigere l’ascolto ed il cuore. Cosicché ora scegliamo di sentire la voce delle donne che non hanno paura. Si può ascoltare una luce? E se così fosse, si può ascoltare un’ombra? E chi altro sceglie, come noi oggi, di impegnare l’ascolto ed anche il pensiero ed il cuore, per sentire quelle voci? Abbiamo scelto. Scegliamo di star qui, di ascoltare e di farci eco di un’ingiustizia commessa contro delle donne. Scegliamo di non aver paura di ascoltare chi non ha avuto paura di parlare. Il corpo della donna preso con violenza, usurpato, aggredito per ottenere piacere. È che per quelli lassù in alto, queste macchine di piacere e di lavoro che sono i corpi delle donne, includono le istruzioni di montaggio che il sistema dominante assegna loro. Se un essere umano nasce donna, durante la sua vita deve percorrere una strada che è stata costruita proprio per lei.

Essere bambina. Essere adolescente. Essere una donna giovane. Essere adulta. Essere matura. Essere anziana.

E non solo dalle prime mestruazioni alla menopausa. Il capitalismo ha scoperto che nell’infanzia come pure nella vecchiaia si possono utilizzare come oggetti di lavoro e piacere, e per l’appropriazione e la gestione di questi oggetti abbiamo da tutte le parti “Governanti Preziosi” ed industriali pedofili. La donna, dicono lassù in alto, deve camminare per la vita implorando perdono e chiedendo il permesso di e per essere donna. E percorrere una strada irta di filo spinato. Una strada che bisogna percorrere strisciando, con la testa ed il cuore raso terra. Ed anche così, nonostante si seguano le istruzioni di montaggio, continuare a raccogliere graffi, ferite, cicatrici, colpi, amputazioni, morte. E cercare la responsabile di quei dolori in se stessa, perché nel crimine di esser donne è compresa la condanna. Nelle istruzioni di montaggio della merce “Donna”, si spiega che il modello deve sempre tenere la testa bassa, che la sua posizione più produttiva è in ginocchio, che il cervello è prescindibile e, non poche volte, la sua inclusione è controproducente, che il suo cuore deve alimentarsi di frivolezze, che il suo coraggio deve basarsi sulla competizione con il suo stesso genere per attirare il compratore, quel cliente sempre insoddisfatto che è l’uomo, che la sua ignoranza deve continuare ad essere alimentata per garantire un miglior funzionamento, che il prodotto ha capacità di automantenimento e miglioramento (per questo c’è un’ampia gamma di prodotti, oltre ai saloni ed ai laboratori di riparazione e verniciatura), che non deve solo imparare a ridurre il suo vocabolario al “sì” e “no”, ma, soprattutto, deve imparare quando è giusto dire quelle parole. Nelle istruzioni di montaggio del prodotto chiamato “Donna” c’è la garanzia che terrà sempre la testa bassa. E che, se per qualche difetto di fabbricazione involontario o premeditato, qualcuna alza lo sguardo, allora l’implacabile falce del Potere le mozzerà la sede del pensiero e la condannerà a procedere solo come se essere donna fosse qualcosa per cui bisogna chiedere scusa e per cui bisogna chiedere permesso. Una pallottola, una manganellata, un pene, una sbarra, un giudice, un governo ed infine un sistema: alla donna che non chiede scusa né permesso, applica un’avvertenza che recita “Fuori Servizio. Prodotto Non Riciclabile”. La donna deve chiedere permesso per essere donna e le è concesso solo se lo è secondo quanto indicato nelle istruzioni di montaggio. La donna deve servire l’uomo, seguendo sempre queste istruzioni, per essere assolta dal crimine di essere donna. In casa, nei campi, in strada, a scuola, nel lavoro, nei trasporti, nella cultura, nell’arte, nello svago, nella scienza, nel governo, 24 ore al giorno e per 365 giorni all’anno, da quando nascono fino a che muoiono, le donne affrontano questo procedimento di montaggio.

Ma ci sono donne che lo affrontano con ribellione. Donne che invece di chiedere il permesso, impongono la loro esistenza. Donne che invece di implorare perdono, esigono giustizia. Perché le istruzioni di montaggio dicono che la donna deve essere sottomessa e camminare in ginocchio. E, tuttavia, alcune donne osano camminare erette. Ci sono donne che stracciano le istruzioni del montaggio e si alzano.

Ci sono donne senza paura.

Dicono che quando una donna avanza, non c’è uomo che retroceda. Dipende, dico io dal mio maschilismo di ritorno, un miscuglio di Pedro Infante e José Alfredo Jiménez. Dipende, per esempio, se l’uomo sta davanti alla donna che avanza. Il mio nome è Marcos, ho il difetto personale di essere uomo, maschio, e la virtù collettiva di essere quello che noi siamo, quelle che noi siamo: zapatiste. Come tale, come tali, confesso che mi stupisce e meraviglia vedere una donna alzarsi e fare a pezzi le istruzioni del suo montaggio.

È tanto bella una donna in piedi che dà i brividi solo guardarla.

Ed ascoltare è questo, imparare a guardare…

Salute a queste donne, alle nostre compagne detenute ed a quelle qui riunite.

Salute al loro non aver paura.

Salute al valore con cui ci contagiate, alla convinzione che ci trasmettete: che se non facciamo niente per cambiare questo sistema siamo suoi complici.